Maurizio Ruzzene (Associazione decrescita – RETICS)

* terza parte del testo:

Di fronte alla crisi. Il ruolo della politica e delle monete alternative nel sostegno delle economie di cura, pubbliche  ed eco-solidali

(elborato per la seconda “Scuola Estiva sulla Decrescita e sulle Economie Solidali” – Giovinazzo, 2016 – e nell’ambito del progetto SELS – Sistemi di Economie Locali Sostenibili)

Indice
(…)
 III.1  Funzioni e basi di valore dei principali modelli di monete alternative sperimentati in Italia
III.2  Le monete dotate di un valore/potere intrinseco
III.3  I circuiti basati sui principi dei buoni sconti
III.4  Affinità e diversità dei principi delle Camere di compensazione e delle Banche del tempo
III.5  Alcuni problemi relativi ai circuiti di scambio tipo “camere di compensazione” (o clearing house)
III.6  La prospettiva problematica ma ancora ricca di potenzialità delle banche del tempo
III.7  L’importanza economica del riferimento al tempo di lavoro di valore medio e l’affiorare di una concezione di unità di tempo “naturale”

 (…)

III.  POTENZIALITA’ E LIMITI DEI DIVERSI MODELLI DI  MONETE ALTERNATIVE

 III.1  Funzioni e basi di valore nei principali modelli di monete alternative sperimentati in Italia.

Si può dire che quasi tutti i modelli di monete alternative esistenti nel nostro paese si prestano a conseguire in qualche modo degli effetti di rilancio delle attività economiche (il primo tipo di interventi a cui ci siamo riferiti nel paragrafo precedente). E questo avviene principalmente perché la maggior parte di monete alternative (MA) – ad eccezione delle banche del tempo – sono concepite proprio come semplici mezzi di scambio, utili soprattutto a rilanciare la crescita produttiva o il pieno impiego di tutte le risorse disponibili, sebbene ciò avvenga in genere su una scala molto ridotta.

Salendo nel livello di intervento (cioè passando dagli obiettivi generici di rilancio della crescita economica alla prospettiva del finanziamento senza interessi delle economie pubbliche, per finire con l’idea di far capo ad un nuovo modello di sviluppo economico sociale) si riduce comunque anche il numero dei modelli di monete applicabili efficacemente. Su un piano puramente teorico esistono già ipotesi significative riguardanti forme e strumentazioni monetarie che potrebbero offrire un aiuto rilevante nel finanziamento senza interessi delle economie pubbliche (vedi al proposito Ruzzene, 2007, 2009 e  2012; Bernabei, 2013). In termini di esperienze pratiche non esistono invece ancora strumentazioni monetarie alternative adeguate, tali da far capo ad un sistema di finanziamento delle economie pubbliche sufficientemente articolato e coerente, sostenibile nel lungo termine, o in grado di mettere in discussione il ruolo egemonico dei sistemi finanziari speculativi. Soprattutto non esiste ancora un’idea condivisa di MA che possa già risultare in grado di far capo ad un effettivo modello di sviluppo economico sociale alternativo, in grado cioè di far funzionare secondo dei principi di cura solidi – coerenti e riproducibili nel tempo – sia le economie pubbliche ed eco solidali sia le economie oggi legate alla produzione industriale e ai settori terziari.

Va notato di passaggio che la possibilità di far capo a un tipo di moneta in grado di aiutarci ad approdare ad un progetto di sviluppo sostenibile, ampiamente condiviso e di lungo termine, è sostanzialmente ignorata da una gran parte degli studiosi di monete alternative. Questi infatti continuano a privilegiare in genere le piccole dimensioni, il breve termine e le funzionalità monetarie ridotte al minimo, proprio per non creare problemi di eccessiva complessità nelle pratiche di cambiamento sociale (come è stato teorizzato ad esempio da B. Lietaer, uno dei più noti ed influenti teorici delle monete complementari, in Lietaer e Arnsperger 2012). Si può ritenere tuttavia che una minima capacità di padroneggiare una complessità comunque crescente risulti una condizione necessaria perché si possa parlare anche per le MA di una loro sostenibilità e riproducibilità nel lungo periodo, rendendole adatte ad affrontare i gravi problemi posti dalle crisi sistemiche attuali.

Per non confinarsi in considerazioni troppo astratte è meglio  partire però dalle esperienze e dai modelli esistenti, cercando di valutare la funzionalità delle strumentazioni monetarie sviluppate nei diversi ambiti, in particolare rispetto ai tre tipi di intervento indicati agli inizi della seconda parte. E ciò significa in primo luogo impegnarsi in un’analisi minimamente articolata dei principi costitutivi e strutturali dei più importanti modelli di MA che si stanno sperimentando oggi nel nostro paese.  Ci riferiremo sia alle basi del loro valore economico, sia alle finalità di cui dovrebbero (o dichiarano di) farsi veicolo, sia al tipo di problemi che essi possono risolvere o viceversa finiscono per lasciare aperti.

Si tratta principalmente di quattro modelli o schemi di  MA, abbastanza diversi tra loro, anche se spesso si tende a confonderli:

1) le monete dotate di un “valore in sé” o meglio di un valore come potere di diposizione economico intrinseco (generalmente anonimo o impersonale), le quali riproducono sostanzialmente i principi delle  monete ufficiali, e nei cui schemi possono essere fatti rientrare  sia le forme di monete alternative cartacee più tradizionali come il SIMEC (di G. Auriti) e l’Eco-Aspromonte (di T. Perna), sia i Bit-coin, sia  le versioni recenti dei certificati di credito fiscali, anche quando sono concepiti in veste puramente informatica o virtuale;

2) i circuiti di scambio che usano il principio dei buoni sconto (sviluppati principalmente nell’ambito dell’esperienza SCEC – www.arcipelagoscec.net – ma oggi adottati anche in sistemi di scambi più evoluti che permettono il baratto senza denaro di una vasta gamma di beni e servizi, come la “Rete di mutuo credito” –  www.retedimutuocredito.it );

3)  i circuiti di scambio e credito basati sui principi delle camere di compensazione , il cui esempio più importante può essere  individuato nel sistema complementare SARDEX, finalizzato al perseguimento prioritario di obiettivi di sviluppo economico su un piano regionale (www.sardex.net ) ;

4) i modelli delle banche del tempo, che non si possono intendere come veri sistemi monetari, presentandosi come sistemi di scambio in unità di tempo dove un’ora di lavoro vale un’ora di qualsiasi altro lavoro e i crediti acquisiti si presentano in termini di crediti nominativi, esistenti solo nella loro registrazione contabile, appunto senza l’intervento di alcuna strumentazione monetaria  vera e propria (http://www.associazionenazionalebdt.it/ ).

Il modello delle banche del tempo è stato il primo a diffondersi in Italia ma lo considereremo per ultimo perché – apportate alcune modifiche fondamentali, e in un futuro forse non più molto lontano – i titoli di credito in unità di tempo possono risultare  gli strumenti più potenti per sviluppare relazioni di credito di lungo termine, esenti dal pagamento di interessi in quanto potenzialmente esenti da ogni dinamica inflazionistica, e in grado di sottrarsi da ogni attacco speculativo.

Come vedremo tra poco, sistemi di misura economica in unità di tempo possono aiutare a considerare non solo i costi sostenuti per la produzione di ogni bene e l’erogazione di ogni servizio, ma anche per stabilire i tempi (e dunque i costi) necessari per la generazione o rigenerazione di molte risorse naturali, consentendo di far capo a sistemi di misura e calcolo economico sufficientemente significativi, potenti, stabili e affidabili. E la potenza, la stabilità e l’affidabilità sono tra i requisiti fondamentali che un sistema di misura economica dovrebbe avere in società molto complesse come le nostre.

Dovrebbe essere abbastanza chiaro che simili affermazioni contrastano nettamente con l’impressione abbastanza diffusa, superficiale  e ingenua, che il principio di determinazione o di misura dei valori economici in unità di tempo sia inapplicabile ad economie complesse, prima di tutto  in quanto implicherebbe l’assunzione dell’eguaglianza del valore di scambio di tutte le attività lavorative. Esso non consentirebbe inoltre di considerare i costi sostenuti in moneta ufficiale, sia per la produzione o la circolazione delle merci di tipo tradizionale, sia per i processi di formazione delle stesse competenze lavorative. Mi limito qui ad osservare che entrambe le assunzioni sono oltre che sostanzialmente superficiali anche del tutto false, cioè non corrispondenti alla realtà, in quanto contraddette sia da alcune esperienze pratiche già ben sviluppate nell’ambito delle MA, sia da alcune analisi teoriche rigorose, sufficientemente articolate ed approfondite  (vedi al proposito Ruzzene 2012, 2014 e 2015).

Prima di occuparci di questi ultimi aspetti è meglio però prendere in esame le funzionalità e gli elementi più problematici dei diversi modelli di MA nell’ordine elencato, continuando a procedere a grandi linee, e rinviando alla parte seminariale ogni approfondimento.

III.2 Le monete dotate di un valore/potere intrinseco.

Devo dare intanto per scontato il concetto di valore intrinseco di una moneta (di tipo tradizionale), rilevando semplicemente che la caratteristica di essere dotata di un valore intrinseco è l’attributo più importante di una moneta, quello che rende possibile la sua esistenza di moneta (ufficiale) e l’esercizio di ogni altra sua funzione in contesti mercantili di tipo capitalistico. È in base alla dotazione di un valore intrinseco che le monete si presentano come aventi  un loro proprio valore anche quando non hanno più lacuna base (aurea) di valore, e continuano a vivere di una vita propria, anche se questa può essere a scadenza, e di breve termine, come nelle monete alternative a demurrage e nei certificati di credito fiscali.  Ed anche su questi aspetti molto complessi dovremo ritornare (per un approfondimento sul concetto di valore intrinseco della moneta si può vedere Ruzzene, 2016).

Qui basta ricordare invece che in quanto dotate di un valore / potere intrinseco le MA  tendono ad assumere una forma cartacea, ma questo non avviene necessariamente. Esse possono esistere anche come semplice cifra registrata su un puro piano contabile o livello informatico, senza che le valenze e implicazioni del presentarsi come dotate di una valore/potere intrinseco vengano a cambiare di molto. Implicazioni e valenze possono cambiare invece in relazione al variare delle dimensioni entro cui si sviluppa una MA, e ciò si ripercuote anche sulle conseguenze dell’adozione di una MA dotata di valore intrinseco.

Il poter contare su una moneta dotata di valore intrinseco e che assume una veste cartacea può risultare utile, sia sul piano economico che simbolico, specialmente per i circuiti di scambio di piccole dimensioni (che non possono dotarsi di un sistema di registrazione informatica dei valori degli scambi effettuati e dei crediti accumulati). L’aumentare delle dimensioni dei circuiti di scambio in genere riduce i costi del loro funzionamento e tende a rafforzare la stessa circolazione delle MA dotate di un valore intrinseco, ma con l’aumentare delle dimensioni vengono anche ad amplificarsi quasi tutti i problemi a cui le monete dotate di un valore intrinseco tendono a dar luogo (come è avvenuto nel caso dei trueques argentini, di cui si è occupata principalmente G. Gomez).

Mi limito ad elencare i quattro ordini di problemi principali a cui le MA che si ritengono dotate di un valore intrinseco possono andar incontro, specie con l’ampliamento delle dimensioni dei circuiti economici in cui si fanno valere:

– tendenze endemiche alla creazione eccessiva o indebita di moneta (senza avere una base adeguata in termini di valori economici reali);

– una pluralità di forme di perdita di valore;

– pericolo accentuato di falsificazione degli stessi titoli monetari;

– problemi di tipo legale, in quanto la creazione di titoli monetari veri e propri (dotati di un valore intrinseco) è in genere vietata dalle legislazioni correnti.

Va rilevato che se gli ultimi due ordini di problemi tendono ad interessare in misura particolare le monete alternative piuttosto che le monete ufficiali, i primi due invece (cioè la tendenza alla proliferazione di titoli monetari e la loro perdita sistematica di valore) interessa in misura particolare proprio le monete ufficiali. Ed è principalmente la caratteristica delle monete ufficiali di essere considerate come titoli di valore o di potere economico intrinseco che sta infatti alla base della maggior parte di crisi congiunturali e sistemiche a cui vanno incontro i sistemi monetari e finanziari di tipo capitalistico (vedi Ruzzene, 2016).

Ci sarebbero parecchie considerazioni da fare sulle conseguenze del presentarsi delle MA come dotate di un valore intrinseco, impersonale ed universalmente fungibile. Per esigenze di brevità si può concludere questo paragrafo sottolineando che se è proprio il postulato del valore intrinseco delle monete a sostenere il rilancio continuo dei processi di crescita economica  capitalistica (sulla base del principio del pagamento di interessi e rendite monetarie), lo stesso attributo si traduce per le MA in disfunzioni e problemi che possono risultare accentuate dalle carenze di legittimità che contraddistinguono in genere le stesse MA.

Il livello di legittimità di una MA non può essere identificato con il suo acquisire o meno validità legale, ma è chiaro che il suo divenire illegale pone spesso fine alla sua esistenza (come nel caso del SIMEC e dell’Eco-Aspromonte), mentre un giudizio di illegalità può essere motivato principalmente con il presentarsi di una MA come dotata di un valore intrinseco.

III.3  I principi dei circuiti basati sui buoni sconti.

Proprio per far fronte al problema dei divieti legali posti specialmente nel nostro paese alla creazione di titoli monetari alternativi dotati di un proprio valore intrinseco, sono stati sviluppati i circuiti pseudo monetari basati sui principi dei buoni sconto (tipo lo SCEC, abbastanza diffuso in Italia sino a poco tempo fa).

Per restringere il discorso nei suoi aspetti essenziali si può dire che questo tipo di circuito presenta come vantaggio maggiore la possibilità di una riduzione del prezzo nominale (espresso in valuta ufficiale) dei beni e dei servizi scambiati, il che va a vantaggio principalmente dei “consumatori” o dei fruitori di beni e servizi ma può presentarsi anche come un’arma a doppio taglio. La riduzione nominale dei prezzi dei beni e servizi scambiati all’interno del circuito  di scambio in cui vige il principio dei buoni sconto può tradursi infatti in una perdita economica per chi pratica il maggior volume di sconti (a vantaggio di chi ne ottiene in misura superiore rispetto a quanti ne conceda). E questo diventa particolarmente rilevante quando si cristallizzano situazioni di squilibrio significativo, che si presentano specialmente nei circuiti di scambio di dimensioni limitate (situazione che nello SCEC si è verificata quasi sistematicamente).

Se il sistema di scambi risulta sufficientemente equilibrato ed ognuno può usufruire di un livello di sconti analogo a quello che ha concesso agli altri, la pratica degli sconti può offrire però ai professionisti dei  vantaggi significativi sul fronte di una riduzione dell’imponibile fiscale effettivo, senza che si riduca il volume di beni e servizi scambiati concretamente. Ci sono numerosi aspetti controversi in una simile lettura del fenomeno su cui non possiamo soffermarci qui. Basta rilevare che secondo le intenzioni dei sostenitori dei principi del buono sconto, la riduzione del prezzo dei beni e servizi scambiati in moneta nominale dovrebbe portare comunque ad un notevole ampliamento dei circuiti di scambio basati sullo sconto. In realtà l’esperienza ha dimostrato che ogni possibile vantaggio tende ad essere vanificato dal verificarsi sistematico di una concentrazione dei buoni sconto nelle mani di chi presta i servizi più ricercati, lasciandogli appunto nelle mani un eccesso di titoli di sconto che non si riesce più a spendere nella misura ricercata, anche se si tratta di titoli resi “circolari” (o spendibili come delle vere e proprie monete).

Si può ipotizzare che un aumento delle dimensioni dei circuiti, cioè dei servizi forniti al loro interno e del numero dei loro aderenti, potrebbe aiutare a risolvere almeno in parte i problemi  indicati. Ma l’aumento delle dimensioni di per sé non semplifica necessariamente le cose e sono le cause di fondo dello squilibrio a dover essere superate. In primo luogo si dovrebbe sicuramente sviluppare una maggior attività di coordinamento tra gli agenti, e si dovrebbero determinare livelli di sconto convenienti per tutti, lasciando margini di discrezionalità ai singoli nella fissazione dei livelli di sconto, ma anche stabilendo criteri e vincoli solidi alle stesse attività di sconto, come si cerca di fare oggi in gran parte dei circuiti basati sui principi scontistici.

A prescindere da ogni considerazione tecnica è certo comunque che alla base di tutto vi deve essere una certa capacità di sviluppare reti di scambio estese, sufficientemente equilibrate e motivate da valori adeguati, specie di tipo etico. Ed è proprio su questo piano che i circuiti di scambio basati sui principi del buono sconto sembrano risultare carenti, e dove gli organi di governo politico istituzionali potrebbe svolgere un ruolo importante di supporto, aiutando i singoli, individui o gruppi anche nella necessaria attività di coordinamento complessivo.

A questo proposito non bisogna trascurare l’ipotesi che i principi del buono sconto possano essere applicati dalle stesse amministrazioni pubbliche locali, tanto nei confronti dei loro partner “commerciali” quanto dei propri dipendenti. In quest’ultimo caso si potrebbe effettuare la conversione di una quota degli stipendi in buoni sconto spendibili nei circuiti delle economie locali, a fronte di una riduzione dell’orario di lavoro “dipendente”, generalmente affetto da diverse forme di alienazione. Contemporaneamente si dovrebbe procedere ad una parallela attivazione di tempo di attività da dedicare al prendersi cura dei beni comuni, includendovi attività orientate alla cura dei patrimoni ambientali e socio culturali e delle dimensioni politico istituzionali. Tali attività orientate dai principi del prendersi cura verrebbero scelte dai singoli sulla base delle esigenze collettive più sentite,  e sarebbero di fatto retribuite con buoni o titoli di credito nominativi, spendibili nei circuiti delle economie locali eco-solidali e riutilizzabili sia al loro interno che per far fronte al pagamento di tributi alle amministrazioni pubbliche.

Anche se sul piano complessivo non si ottengono vantaggi rilevanti in termini economici si potrebbero ottenere miglioramenti significativi sul piano della qualità delle nuove attività lavorative sviluppate (riducendo il carico di lavoro alienante), oltre che delle relazioni comunitarie al livello locale, senza che vi sia alcun aumento nella spesa pubblica. Per ottenere vantaggi più significativi sul piano economico bisogna invece andare oltre ai principi limitati delle pratiche scontistiche, ampliando il volume o la portata delle funzioni di “credito” implicate in ogni moneta o meglio in ogni relazione di scambio. Il che può essere ottenuto in modi molto diversi, come cercheremo di vedere nel prossimo paragrafo.

III.4.  Affinità e diversità dei principi delle Camere di compensazione e delle Banche del tempo.

Oltre ai sistemi di scambio basati sui principi del buono sconto ci sono anche altri metodi, più versatili e passibili di sviluppi economico sociali molto interessanti,  in grado di andare oltre ai problemi sollevati dalle monete dotate di un valore intrinseco. Mi riferisco in particolare ai metodi sviluppati nell’ambito delle banche del tempo e delle reti di scambio basate sui principi delle camere di compensazione. Questi due sistemi di scambio e di credito senza interessi, che si possono definire solo molto impropriamente in termini di sistemi monetari, presentano caratteri affini tra loro, ma anche differenze molto importanti.

In entrambi i modelli si esclude il postulato del valore intrinseco della moneta principalmente perché  la base dei valori economici viene individuata in primo luogo nei beni e servizi scambiati, mentre l’esistenza della moneta come valore intrinseco viene resa superflua dalla registrazione di crediti che si presentano con almeno una caratteristica fondamentalmente diversa dai titoli monetari. Diversamente da quanto avviene per i titoli monetari dotati di un valore intrinseco, tali crediti si presentano infatti non come titoli di valore e potere economico anonimo, impersonale e universalmente fungibile, ma come crediti nominativi (ad ogni credito deve corrispondere un debito, ed entrambi sono imputabili a dei singoli agenti), che risultano esenti dal pagamento di rendite ed interessi monetari, e che vengono sviluppati per assolvere a delle funzioni specifiche ben definite.

Tali crediti possono comunque essere cedibili e circolare, senza incorrere per questo nei problemi relativi al carattere impersonale ed anonimo e al valore intrinseco  delle monete ufficiali, evitando nel contempo i limiti del baratto inteso in senso stretto. Nei sistemi tipo camere di compensazione vi è inoltre l’obbligo per tutti gli agenti di saldare la propria posizione debitoria alla fine di un periodo predeterminato (generalmente della durata di un anno), il che impedisce il verificarsi di quell’accumulo di crediti / debiti, rilevabile nel modello originario dei buoni sconto.

L’attribuzione di un carattere nello stesso tempo nominativo e circolare ai titoli di credito può essere vista come una delle principali condizioni necessarie allo sviluppo di sistemi di crediti senza interessi e in grado di riprodursi nel tempo senza gravi squilibri strutturali (Ruzzene, 2009). Altre condizioni devono essere però individuate, ricordiamolo, in primo luogo nella presenza di sufficienti relazioni di fiducia tra gli agenti, oltre che di un minimo spirito di cooperazione e di condivisione delle finalità generali perseguite all’interno dei sistemi di scambio e credito alternativi. E altre condizioni vanno individuate soprattutto nel riferimento  ad adeguati criteri di misura dei valori economici, tali da risultare sufficientemente stabili, significativi da un punto di vista economico e possibilmente vincolati a valori etici ampiamente condivisi.

Si tratta di aspetti, specialmente gli ultimi, a cui i modelli di scambio e credito tipo camere di compensazione e tipo banche del tempo rispondono in maniera abbastanza diversa, con esiti altrettanto differenti.  Se nelle banche del tempo vengono privilegiate le relazioni di uguaglianza tra i membri e il recupero di un senso della misura nelle relazioni economiche, nei modelli tipo camere di compensazione vengono generalmente privilegiati degli aspetti principalmente economici, come l’esigenza di rilanciare la frequenza e la velocità delle attività di scambio o di migliorare l’utilizzo delle risorse disponibili (Vedi Kennedy, 1995;  Lietaer, 2001; Amato e Fantacci 2006; Dini e altri 2013).

III.5.  Alcuni problemi relativi ai circuiti di scambio tipo “camere di compensazione” (o clearing house).

Nei sistemi tipo camere di compensazione il problema della misura dei valori dei beni e servizi scambiati viene risolto semplicemente rinviando alla moneta ufficiale in termini puramente contabili. Vale a dire che l’uso diretto, fisico delle monete ufficiali come mezzo di pagamento e titolo di credito è reso superfluo dalla registrazione delle relazioni di scambio e credito o meglio dai crediti nominativi, il cui valore viene espresso formalmente nei termini di una moneta alternativa fittizia (tipo SARDEX). Ma per stabilire il valore di questa unità di conto si deve rinviare  pur sempre al valore delle monete ufficiali. E queste ultime ricompaiono comunque alla fine di ogni periodo prestabilito, in cui si devono saldare i debiti adoperando appunto  moneta ufficiale, per far ripartire il sistema da una condizione di equilibrio.  Da questo punto di vista il fatto che si dichiari di basarsi su  una propria unità di calcolo monetario, trovandogli un nome appropriato, non risulta molto importante proprio dal momento che questa unità di conto viene a risultare da più punti di vista una semplice appendice dei sistemi di contabilità monetaria ufficiali.

Bisogna notare che questo tipo di soluzione può essere ricondotto al carattere abbastanza limitato delle funzioni e degli obiettivi perseguiti, che sono principalmente di due tipi: rilanciare le attività di scambio, specie per affrontare situazioni di crisi economica, ed evitare di pagare intessi alle banche per i mezzi di scambio rappresentati dai titoli monetari (usati solitamente come mezzi di pagamento). Il fatto che si rimanga legati ai destini economici della moneta ufficiale lascia aperto però  più di un problema.

In primo luogo si possono subire una parte degli effetti inflazionistici che colpiscono in genere le monete ufficiali e che in questo caso possono colpire il valore dei crediti registrati, in misura più o meno significativa, a seconda della prospettiva di tempo in cui ci si pone. In sostanza ciò non dovrebbe contare molto per periodi abbastanza brevi,  ma potrebbe contare invece se ci si pone in una prospettiva di lungo termine, e specialmente se si pensa a condizioni di sviluppo sostenibile. E può contare anche nel breve periodo quando si è in presenza di crisi sistemiche acute, come nel caso dell’ultima crisi greca, a cui anche il nostro paese può essere esposto per il suo debito pubblico molto pesante.

A prescindere dalla considerazione delle condizioni di crisi sistemiche acute, proprio per come vengono generalmente concepiti, i sistemi tipo camere di compensazione non si presentano comunque adatti a sviluppare relazioni di credito nel lungo termine, generalmente non previste dai modelli tipo camere di compensazione, e che risultano invece fondamentali nel finanziamento delle economie pubbliche, ma anche per una larga parte delle piccole imprese che costituiscono la struttura di base delle economie solidali. Nel lungo termine infatti il livello dei fenomeni inflazionistici che colpiscono in genere le monete ufficiali è ancora oggi molto elevato, molto più pronunciato di quanto si è soliti ritenere usualmente (vedi Ruzzene 2005). Ed effetti inflazionistici accentuati impediscono di fatto lo sviluppo di relazioni di credito di lungo termine che non siano sostenute da alcun tipo di interesse e rendita economica, specie quando le motivazioni economiche risultano prevalenti sulle motivazioni ideologiche, come avviene nelle società attuali.

Infine si può dire che i modelli tipo camere di compensazione non sembrano in grado di affrontare neanche il problema del recupero del senso della misura nei e dei processi economici. E questo può essere rilevato sial sul piano etico, o di equità negli scambi,  che sul piano ambientale o ecologico.

III.6. Le Banche del tempo: una prospettiva problematica ma ricca di grandi potenzialità.

La questione del recupero di un senso della misura e di forme relazioni economico sociali più eque e solidali sta invece al fondamento dei sistemi tipo Banche del tempo, che individuano direttamente nel tempo di lavoro impiegato per la produzione di un bene o l’erogazione di un servizio sia il mezzo della determinazione dei valori economici dei beni e servizi scambiati, sia la base per la misura e registrazione di tutti i crediti che si sviluppano all’interno di un circuito.

Il far capo ad un sistema di misura in unità di tempo (elemento fisico di per sé inalterabile e misurabile oggettivamente) conferisce evidentemente stabilità e regolarità dei criteri di misura dei valori economici anche nel lungo termine. Sovrapporre l’esigenza dell’individuazione di una misura stabile dei valori dei crediti ottenuti con il problema della determinazione dei valori di scambio dei beni e servizi (che stanno alla base degli stessi crediti)  solleva però alcun problemi significativi. E questi problemi vengono accentuati dalla rigidità con cui il valore di scambio delle diverse attività viene in genere determinato nei sistemi tipo banche del tempo, cioè secondo il principio per cui un’ora di qualsiasi attività lavorativa è sempre uguale ad un’ora di qualsiasi altra attività.

Va detto che questo tipo di soluzione presenta problemi già in termini di equità perché si attribuisce per principio lo stesso valore ad attività che possono presentare carichi di fatica, gratificazione o stress molto diversi. In più predeterminare il valore di scambio delle diverse attività in maniera troppo rigida porta a negare o vanificare in larga parte il ruolo regolatore che lo stesso variare dei valori di scambio dei diversi beni e servizi può svolgere nei sistemi di scambio mercantile. E non a caso una delle conseguenze più dirette di tale tipo di approccio sta proprio nel verificarsi di squilibri nella rete degli scambi in unità di tempo, che in questo caso finiscono per penalizzare i sistemi delle banche del tempo a prescindere dalle loro dimensioni (per valutazioni più generali sui limiti delle esperienze tipo Banche del tempo vedi Coluccia, 2001; Collom, 2012; Cooper 2013).

Sempre all’interno dei sistemi di scambio e credito tipo banche del tempo – e specificatamente nel sistema giapponese di scambi di servizi di cura denominato Fureay Kippu – il problema della individuazione di una unità di misura stabile ed equa dei valori economici di scambio e dei crediti registrati viene affrontato però in maniera significativamente diversa. Il valore di scambio delle diverse attività (o ore lavorative) viene fatto variare in relazione ai livelli di fatica e gratificazione delle diverse attività, ma può essere fatto variare anche in base ai livelli di abbondanza o scarsità dei servizi offerti. I crediti acquisiti (dipendenti dalla variabilità dei valori di scambio che ne stanno alla base) risultano comunque sempre registrati in unità di tempo base, che come nelle banche del tempo tradizionali hanno la caratteristica fondamentale di rimanere del tutto costanti nel loro valore, anche nel lungo periodo.

E va rilevato che  il riferimento ad unità di misura stabili nel tempo nella registrazione dei crediti ottenuti dai singoli, non contrasta con la variabilità dei valori di scambio delle singole attività, e in questo modo potrebbe essere salvaguardata anche la funzione “regolativa” che lo stesso variare dei valori di scambio assume specialmente nei rapporti tra domanda e offerta delle singole attività specifiche, consentendo di attribuire appunto maggior valore di scambio alle attività di cui vi può essere meno offerta.

Tenere distinte le esigenze di misurare con criteri regolari e stabili i crediti attribuiti (e registrati) agli agenti, e  di tener conto dei valori di scambio variabili dei loro beni e servizi (stabiliti comunque sempre in termini di unità di tempo), può essere considerata come la principale condizione costituiva per lo sviluppo di sistemi di credito, di scambio e di misura economica  sostenibili nel lungo termine. Essa dovrebbe permettere al sistema di crediti in unità di tempo di sottrarsi ad ogni spinta inflazionistica così come ad ogni attacco speculativo, semplicemente perché il sistema di misura esprime condizioni costitutive fondamentali inalterabili, come lo scorrere fisico del tempo. Ma nello stesso tempo dovrebbe permettere ad un circuito di scambi di autoregolarsi sulla base dell’insieme dei bisogni esistenti e delle risorse lavorative disponibili.

Certamente la determinazione dei valori delle diverse attività risponde anche a fattori “variabili”, che potremo definire soggettivi, dipendendo fra l’altro dalle attitudini e dai bisogni dei diversi agenti. Né i valori di scambio né le loro variazioni vengono però stabilite (nei sistemi di credito “senza moneta” e in unità di tempo) da mercati o da agenti finanziari esterni, ma risultano dalle relazioni interpersonali tra gli individui che aderiscono al sistema di scambi comunitari,  agendo per altro entro limiti minimi e massimi che possono essere fissati dalla stessa comunità o dagli agenti che sostengono le reti di scambio e credito di tipo comunitario, come avviene nel sistema Fureay Kippu.

III.7  L’importanza economica del riferimento al tempo di lavoro di valore medio e l’affiorare di una concezione di unità di tempo “naturale”.

All’interno del sistema Fureay Kippu è individuabile un’altra condizione costituiva che appare essenziale per lo sviluppo di sistemi di misura dei valori economici sostenibili, necessaria per consentire il passaggio dalla dimensione relativamente variabile dei valori di scambio delle singole attività alla dimensione invariabile della misura dei crediti attribuiti ai singoli agenti. Si tratta del riferimento al tempo di lavoro di valore medio, standard o ideale, che il sistema Fureay Kippu sviluppa nella sua forma “pura”, rimanendo sempre all’interno di valori espressi in “unità di tempo” (di lavoro), per cui a prescindere dai valori di scambio attribuiti alle diverse attività (e conteggiato comunque sempre in unità di tempo), il valore dei crediti registrati fa sempre capo all’ora come unità di tempo base o standard (o ai suoi multipli e alle sue frazioni). Così ad un’ora di attività particolarmente gravose o pesanti, che nessuno vuol fare, può essere riconosciuto un valore economico doppio rispetto a quello di attività di fatica e pesantezza medie (o di valore medio), per cui un’ora di un’attività lavorativa particolarmente faticosa può dar luogo alla registrazione di un credito di due ore, mentre avviene l’opposto per attività più leggere e gradevoli che tutti vorrebbero svolgere (a cui per ogni ora di attività viene riconosciuto il credito di 30 minuti).

Va detto però che a fronte dei vantaggi fornibili in termini di semplicità di valutazione e registrazione dei crediti maturati (prestando attività aventi valori di scambio differenti), il modello originario del sistema di crediti Fureai Kippu non si presta però immediatamente a calcolare i costi sostenuti in termini di monete ufficiali.  E dunque non consente nemmeno di scambiare beni e servizi sviluppati all’interno di circuiti tipo Fureai Kippu con altri beni e servizi per i quali risulti necessario tener conto appunto dei costi  di produzione sostenuti in moneta ufficiale (per maggiori dettagli sulle difficoltà operative e sugli sviluppi storici del Fureay Kippu si può vedere Hayashy, 2012).

Al contrario il modello delle Ithaca Hours (un tipo di moneta cartacea il cui valore risulta determinato in ore di lavoro ma stabilendo anche una determinata equivalenza con il dollaro USA) permette di considerare tutti i costi e valori espressi in moneta ufficiale, pur continuando a mantenere come privilegiato il riferimento al tempo di lavoro prestato nella produzione ed erogazione di ogni bene e servizio.  Più precisamente ciò è stato ottenuto stabilendo in 10 dollari il valore medio di un’ora di lavoro, il che corrispondeva negli anni ‘90 e corrisponde in parte ancora oggi al valore medio (in realtà qualcosa più del minimo) di una paga oraria nella contea di Thompkins (US), dove le Ithaca Hours si sono sviluppate inizialmente (per ulteriori informazioni sul modello delle Ithaca Hours vedi Jacob e altri, 2004). Sapendo che la somma di dieci dollari può corrispondere ad un’ora di lavoro ne deriva anche la possibilità di convertire in unità di tempo tutti i costi sostenuti in dollari, rendendo possibile scambiare in unità di tempo (frazioni e multipli di ore) tutti i beni e servizi esistenti a prescindere dal loro valore di scambio e dalla composizione dei loro costi di produzione.

Così se per produrre un volume determinato di beni secondo i principi del prendersi cura, ad esempio mille chili di mele biologiche, vengono spesi 1000 euro in materie prime (inclusi costi di trasporto, trattamenti bio ecc.) e 100 ore di lavoro (di valore medio), e se  la paga oraria del lavoro di valore medio preso a riferimento equivale a 10 euro, è abbastanza facile stabilire che il costo totale di mille chili di mele biologiche equivale complessivamente a duecento ore di lavoro o a duemila euro (e un chilo di mele può valere 2 euro o 12 minuti di tempo di lavoro).

Naturalmente l’individuazione di ciò che può essere considerato come il valore di un’ora di lavoro (di valore medio) solleva diversi aspetti problematici, sia da un punto di vista etico o politico sia da un punto di vista contabile o statistico (sulle diverse problematiche relative alla determinazione pura e spuria del valore medio del tempo di lavoro vedi Ruzzene 2014 e 2015). A prescindere dalle diverse problematiche implicate, si può dire comunque che il concetto di valore medio o standard del tempo di “lavoro” assume una grande importanza ai fini dello sviluppo dei sistemi di scambio e di crediti in unità di tempo, da più punti di vista. In primo luogo perché rappresenta una sorta di ponte tra dimensioni altrimenti inconciliabili: sia tra la dimensione del tempo (come base inalterabile di misura) e la dimensione delle attività specifiche del cui valore di scambio si deve tener conto, sia tra i sistemi di crediti in unità di tempo e i valori espressi in monete ufficiali. Esso permette soprattutto un allargamento enorme della potenzialità di applicazione dei crediti in unità di tempo, rendendoli per questo del tutto adatti ad affrontare la concorrenza dei sistemi di credito e contabilità  in moneta ufficiale anche in questioni cruciali come quella del finanziamento alternativo di una parte che potrebbe risultare significativa del debito pubblico interno (su questo vedi Ruzzene 2012 b).

Non risultando affetti da alcuna variazione del valore dei crediti registrati, i sistemi di scambio e credito in unità di tempo possono non pagare alcun tasso di interesse, rimanendo vantaggiosi rispetto ai sistemi di credito in moneta ufficiale (basati sul pagamento di rendite e interessi monetari) dal momento che gli interessi pagati generalmente da questi sistemi sono sempre inferiori ai tassi di perdita di valore delle monete ufficiali nel lungo periodo (Ruzzene 2005 E 2015). Inoltre, come abbiamo già indicato, risultando legati a fattori oggettivi come lo scorrere fisico del tempo i sistemi di crediti in tempo di lavoro potrebbero sottrarsi ad ogni spinta o attacco speculativo almeno per quanto riguarda i crediti registrati e il rapporto tra unità di tempo e attività.

Certamente potrebbero variare i rapporti esistenti riguardo alle monete ufficiali, e in genere dovrebbe variare in misura favorevole, viste le numerose spinte inflazionistiche e dissipative che determinano i destini delle monete ufficiali nel lungo termine. Non verrebbe comunque a variare il rapporto reale, concreto che si può stabilire rispetto al valore di beni e servizi esistenti, o almeno di quella parte rilevante che abbia alle sue basi, come componente prevalente, proprio il tempo necessario per la sua attivazione o produzione. Il che vale in misura particolare per le attività di servizio e specialmente di quelle in vario modo orientate alla cura, in cui i tempi lavorativi o produttivi non si possono generalmente sottoporre a intensificazione o a crescita produttiva sistematica e continua. (su tali aspetti vedi Ruzzene 2007 e 2008).

Non si possono approfondire qui in dettaglio tali questioni ma un ultimo aspetto relativo alle potenzialità ancora insondate dei crediti in unità di tempo merita di essere evidenziata. Si tratta della opportunità di rimarcare più nettamente la distinzione tra la dimensione fisica, naturale, del “tempo” e le sue unità di misura da un lato e, da un altro lato, il dispiegarsi del lavoro o delle molteplici attività di produzione e riproduzione dei beni e servizi scambiati.

Va rilevato a questo proposito che la dimensione delle attività lavorative non può esaurire né inglobare nella sua totalità e complessità, la questione del “valore del tempo”, semplicemente perché nella dimensione del tempo si svolge anche la “produzione” e “riproduzione” di tutte le altre condizioni di vita comune, sia naturali sia socio – istituzionali. Nella dimensione dello scorrere del tempo, sia le attività lavorative sia le condizioni di produzione e riproduzione o meglio di rigenerazione delle condizioni di vita, trovano la cornice o il contesto più essenziale, forse  più importante anche ai fini di una determinazione più sostenibile di una gran parte dei valori economici.

Valori economici in unità di tempo possono risultare adatti ad esprimere sia i costi sostenuti (in attività lavorative) per garantire la produzione e riproduzione dei beni e servizi prestati (o la cura delle stesse risorse naturali ed istituzionali che ne stanno alla base), sia l’esistenza di vincoli solidi ed in parte invalicabili di cui si deve tener conto nel consumo di risorse naturali che non vengono creandosi dal nulla, ma richiedono appunto tempi, a volte necessariamente molto lunghi, per generarsi e riprodursi.

Va rilevato infine che l’attribuzione di un valore o di un costo  economico all’uso e consumo di risorse naturali, o degli stessi beni comuni, non può certamente risolversi in una pura questione di determinazione di una unità di misura più valida e magari universale. Una gran parte delle risorse naturali non si possono rigenerare e il valore della loro perdita, derivante da attività produttive o di consumo umane, non può essere né stabilito né tantomeno compensato attraverso una valutazione svolta nei termini di puri valori economici. Si tratta di questioni che possono rientrare meglio nel campo della politica, dell’etica, o della biologia, se ecologicamente fondate.

Il riferimento alle dimensioni del tempo può avere comunque il vantaggio di evidenziare aspetti problematici che nei valori monetari ufficiali vengono del tutto occultati, e può farlo forse meglio di quanto abbiano saputo fare in passato i tentativi di approdare a nuove forme di calcolo monetario basate sul consumo energetico. Mi riferisco in particolare al progetto di F. Soddy che con la sua idea di valore-energia può essere considerato come uno dei precursori della stessa idea delle economie sostenibili applicata al campo delle monete alternative.  Ma è chiaro che un riferimento più puntuale e articolato a problematiche così complesse e oggi così importanti richiede uno spazio e un attenzione particolari che possono essere trovati solo nell’ambito di un successivo progetto di ricerca.

 

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Potenzialità e limiti dei principali modelli di monete alternative *

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